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Amaro, ma dolce all’inizio, come tutte le promesse.
Poi ferro, poi fuoco che non brucia fuori, brucia dentro.
L’ha detto lei, la strega.
"Bevi e avrai ciò che vuoi"
Ma non ha detto quando, non ha detto a quale prezzo.
Lo sento scendere lento, pignolo e segna il percorso come inchiostro su pergamena.
Gola, petto, stomaco, ogni organo si volta dall’altra parte.
Traditori.
Anch’io li ho usati così, gli altri, finché servivano.
Ridevo io?
Si, ridevo di chi piangeva troppo presto, di chi credeva, di chi mi porgeva la mano sapendo che l’avrei morsa.
Bella cosa il controllo, bella finché non ti ritrovi sola con una tazza vuota e un corpo che comincia a fare i conti senza di te.
Fa freddo, ma non è freddo é chiarezza.
Il veleno scioglie le scuse, una per una.
Ecco:
La bugia detta a lui, ecco il sorriso dato a lei, solo per vedere il dolore nei suoi occhi, dopo.
Tutti i piccoli tagli numerati, li avevo messi in fila io, ordinati e ora tornano in fila, ma dalla parte sbagliata.
Il cuore batte senza ritmo, come se non sapesse più l’ordine.
Come me, che ho sempre saputo l’ordine delle cose:
Chi umiliare prima, chi usare dopo e adesso, l’ordine mi usa, mi smonta.
La strega non mentiva, avevo chiesto potere e ho bevuto potere.
Solo che il potere, quando entra, non chiede permesso, guarda dentro e giudica.
E il giudizio fa più male del veleno, perché il veleno finisce, ma il giudizio resta, lucido, sveglio, mentre le dita si intorpidiscono.
Vedo le mie mani bianche, belle mani che hanno preso senza dare, mani che adesso tremano e non possono più stringere niente.
Ironico.
Ho passato la vita a stringere le vite altrui e adesso non riesco a stringere nemmeno la mia.
Fa male?
Sì, ma non come pensavo.
Il dolore fisico è puntuale, onesto.
Il peggio è questo silenzio dentro la testa.
Nessun rumore esterno, solo io, nuda e senza maschera, senza pubblico.
Meschina, me lo dico io, prima che lo dica qualcun altro.
Meschina fino al midollo e il veleno lo conferma, goccia dopo goccia.
Potrei pentirmi, la parola mi gira in bocca, amara più del liquido.
Il pentimento è lusso per chi ha tempo, ma io ho minuti, o forse meno.
Li conto, come ho contato le lacrime degli altri, una a una, con piacere.
Sta salendo, dalle gambe al petto, ed è freddo che diventa pesante, pesante come tutte le colpe che ho messo sul piatto degli altri per alleggerirmi.
Ora il piatto è qui e sono io, il peso.
Bevi e avrai ciò che vuoi, aveva detto la strega.
Avevo voluto vincere e sto vincendo contro me stessa.
Vittoria perfetta, solitaria, finale.
L’oscurità non è fuori, ma dentro che si allarga e l’ultima cosa che penso, lucida fino all’ultimo è che la strega non mi ha uccisa, mi ha solo tolto l’anestesia.